La green economy alla prova dei Vertici internazionali

Articolo uscito sul mensile Paneacqua

Sul “fallimento di Copenhagen” molto si è già  scritto. In tanti hanno manifestato delusione e rabbia per il mancato raggiungimento dell’obiettivo – fondamentale per i futuro nostro e del Pianeta – che si era dato la stessa Onu: un accordo vincolante per tutti i Paesi che li impegnasse a ridurre le emissioni di gas di serra entro una data fissata, in modo da contenere l’aumento di temperatura globale in limiti sostenibili (si era parlato di 2 gradi). Altri, compreso chi scrive, pur rammaricandosi per il fallimento indubbio, hanno preferito rimarcare la straordinaria novità  per cui, per la prima volta nella storia, tutti i leader mondiali – compreso il presidente degli Usa, il paese più importante che fino a pochi mesi prima con l’amministrazione Bush era stato il vero boicottatore di ogni accordo internazionale sul tema, e i “capi” dei Paesi emergenti, dalla Cina all’India, dal Brasile al Sud Africa – hanno dichiarato la loro intenzione di ridurre quelle emissioni e tutti hanno collegato l’impegno su tecnologie e modi di produzione più sostenibili anche a un nuovo modello di sviluppo e alla lotta alla povertà . Insomma il bicchiere di Copenhagen può essere considerato mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda della prospettiva. Del tutto insufficiente il risultato, se il punto di vista è legato alle necessità  e urgenze che ci richiederebbero i cambiamenti climatici in atto (e il prevedibile nulla di fatto all’inizio di giugno della conferenza di Bonn – una passaggio di transizione verso la conferenza di Cancun che si terrà  a fine 2010 – non lascia essere ottimisti per l’immediato futuro). Ma invece può persino essere considerato un passo, seppur troppo timido, nella giusta direzione dell’uscita dall’era del fossile, un obiettivo rivoluzionario che non può che prevedere tempi lunghi. Di questo, infatti, si tratta. Tutto il mondo, ovviamente in misura molto diseguale tra i popoli e tra i ceti sociali, ha basato sviluppo e benessere sullo sfruttamento delle fonti fossili. Per produrre energia, petrolio, carbone e gas: per spostare persone e merci e nella produzione ancora petrolio. Oggi siamo a un punto di svolta: da un lato i cambiamenti climatici che ce lo impongono, dall’altra la tecnologia che inizia a fornirci valide opportunità , è indispensabile costruire società  a basso contenuto di carbonio. Fonti rinnovabili ed efficienza energetica, nuove modalità  di produzione e prodotti ecocompatibili ad alto contenuto di innovazione, la sfida di una nuova mobilità  sostenibile: queste le gigantesche possibilità  di trasformazione che abbiamo di fronte. Questa è la green economy. Condizioni possibili, offerte dall’innovazione, che certo non sono sufficienti a determinare un modello di sviluppo dove siano centrali la giustizia sociale, la democrazia e la pace, ma che certamente ci offrono molte opportunità  in più. Fin qui la sintesi di numerosi dibattiti post-Copenhagen nei movimenti, nella società , tra le imprese (almeno quelle più innovative). Dibattiti in cui, a differenza di ciò che accade nel resto del mondo, manca in maniera clamorosa lo schieramento di destra della politica, impegnato in Italia in assurdi teoremi “negazionisti” dei cambiamenti climatici – sembrano un po’ quei giapponesi che alla fine della seconda guerra mondiale, ignari della resa del loro Paese, si ostinavano a combattere in qualche isoletta sperduta del Pacifico un nemico immaginario – e comunque impegnati ad ostacolare , invece che a favorire, lo sviluppo delle energie rinnovabili e le incentivazioni all’efficienza energetica. Ciò che forse invece non è stata abbastanza approfondita è la questione se un bene comune, qual’è senza ombra di dubbio la salvezza del Pianeta, possa mai sopravvivere a un passaggio quale quello di un vertice internazionale dove, da sempre, trionfano i poteri forti e grandissimo è il ruolo delle lobbies economiche più potenti. Il dubbio è più che legittimo e l’esito di Copenhagen potrebbe rafforzarlo. D’altronde a me non pare che ci siano altre strade possibili se non quella dei vertici Onu e infatti anche il “movimento” sembra averlo capito. Come altrimenti spiegarsi il fatto che, contrariamente a qualsiasi altro appuntamento internazionale – si pensi solo a quelli del Wto o dei G8 – i movimenti e le associazioni che si erano dati appuntamento a Copenhagen erano lì per reclamare il “successo” del vertice e non impedirne addirittura lo svolgimento. Un interesse talmente forte e “nuovo” che ha travolto la fragile macchina organizzativa danese portando al paradosso della espulsione vera e propria di quelli che erano i più desiderosi di un accordo – le Ong e i movimenti – dalla sede del vertice. Anche le ipotesi più gettonate di “riforma” delle modalità  di svolgimento di questi vertici andrebbero viste con attenzione e qualche giustificato sospetto: quale garanzia in più dovrebbe dare un meccanismo non più basato sul “consenso” e che invece affidasse formalmente a un gruppo di paesi (scelti come? I più ricchi? I più inquinanti?) l’onere della proposta e di verificare lo stato d’avanzamento della stessa? No, non credo ci siano scorciatoie rispetto alla strada tutta “politica” nella quale il bene comune viene rimesso al centro, gli interessi economici di parte vengano al contrario messi di lato. Una strada politica in cui il ruolo dell’Europa, non a caso reso del tutto marginale a Copenhagen dal protagonismo di emergenti e “vecchi padroni” (Cina e Usa innanzitutto), deve tornare ad essere di traino. Anche nel merito, il tanto bistrattato protocollo di Kyoto ha permesso alla vecchia Europa di ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica, ma è la filosofia politica “europea”, che ha condotto alla costruzione di quel welfare state non a caso al centro degli attacchi neoliberisti di quest’ultimo periodo storico, che dovrebbe tornare a vincere anche per tutelare il bene comune più prezioso: la salvezza del Pianeta. Anzi può essere proprio la “questione ambientale” legata alla lotta ai cambiamenti climatici una chiave per affrontare una nuova “governance” globale. Sembrò già  così a Rio de Janeiro nel 1992 alla prima conferenza Onu sull’ambiente e soprattutto con l’approvazione del Protocollo di Kyoto nel 1997, “figlio” di quella conferenza. Poi le timidezze Usa e soprattutto la sciagurata scelta “unilateralista” e di guerra di Bush si incaricarono di smentire quell’ottimismo, probabilmente ingenuo. Oggi le condizioni politiche sono cambiate innanzitutto per le speranze di cambiamento portate dalla vittoria di Obama negli Usa e per la sconfitta culturale del pensiero unico neoliberista che sembrava trionfante negli anni a cavallo del passaggio di secolo (una sconfitta per la quale il mondo molto deve al movimento “altermondialista” che nacque a Seattle nel 1999, proprio in occasione di un vertice Wto, e che si consolidò nei forum sociali mondiali di Porto Alegre e di Mumbay e in quello europeo a Firenze). Sarebbe certamente sciocco nascondere le difficoltà , evidenti anche nei primi passi del Governo Obama, ma il tentativo “multilateralista” di quell’amministrazione resta. Ma, di nuovo, è il ruolo dell’Europa che manca: fin quando non si realizzerà  l’unità  politica della realtà  più avanzata, un’unità  che sembra allontanarsi in questo frangente di drammatica crisi economica, la speranza avrà  grandi difficoltà  a farsi realtà . Allora la sfida che abbiamo davanti – movimenti, forze politiche progressiste, imprese innovative – è quella di lavorare per la promozione della green economy anche nel nostro Paese senza smarrire uno sguardo lungo che ci permetta di costruire nel presente un modello di sviluppo, di consumi individuali e collettivi che sappia essere all’altezza del cambiamento che vogliamo, nel rispetto dell’ambiente, per un futuro più giusto e desiderabile. Francesco Ferrante

C’erano una volta i Parchi nazionali: dimezzate le risorse

Si manda in malora patrimonio turistico e naturalistico enorme.

“C’erano una volta il Parco dello Stelvio, del Gran Sasso e gli altri bellissimi 22 parchi nazionali della nostra penisola. La mannaia della manovra si è abbattuta sulle risorse per i Parchi Nazionali, dimezzando i fondi che erano destinati non solo a salvaguardare le bellezze naturalistiche del nostro Paese, ma che consentivano anche di promuovere e sviluppare un turismo da un miliardo di euro l’anno. Il tafazzismo di questo governo non smette mai di stupire”.

Lo dichiarano i senatori Roberto Della Seta, capogruppo Pd in Commissione Ambiente, e Francesco Ferrante, responsabile per le politiche per i cambiamenti climatici del Partito democratico.

“In tutto il mondo continuano i senatori ecodem – il turismo ecosostenibile, che fa ‘cassa’ con le attrazioni paesaggistiche di un Paese, è un motore economico di primaria importanza, basti pensare ai formidabili parchi nazionali americani e australiani.Ma quei luoghi per essere ricettivi e nel contempo assolvere la funzione di preservare la natura hanno bisogno di personale e strutture adeguate. I dati relativi ai parchi italiani sono enormi – spiegano i senatori del Pd:

80.000 occupati , di cui 4.000 diretti, 12.000 nell’indotto dei servizi, 4.000 nella ricerca e nei servizi in 500 progetti di studi e ricerche, 60.000 nell’indotto del turismo, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio, 2.000 centri visita, strutture culturali e aree attrezzate; oltre 30.000.000 di visitatori l’anno; 750 cooperative di servizi e di lavoro; 200 associazioni onlus impegnate.

Il governo, nella sua furia cieca, è andato a tagliare dove già  c’era poco da limare: infatti con i tagli previsti dalla manovra si precipita a 17 euro di spesa per ettaro protetto, lontanissimi dalla media europea di 50‚¬ per ettaro”.

“E’ così che il Governo manda in malora un patrimonio turistico e naturalistico enorme, baloccandosi intanto con improbabili quanto deleteri progetti di campi da golf da costruire all’interno delle aree protette”.

Concludono Ferrante e Della Seta.

Rifiuti: inquietante dossier di Greenpeace

Fare piena luce su traffico internazionale e omicidio Ilaria Alpi“I fatti e i dati raccolti nel dossier ‘Le navi tossiche: lo snodo italiano, l’area mediterranea e l’Africa’ elaborato da Greenpeace e reso noto oggi sono estremamente inquietanti.

Testimonianze, indagini di varie procure italiane e organismi internazionali, suggellati da foto inequivocabili delineano un colossale traffico di rifiuti pericolosi che, partendo dai nostri mari approda in Somalia, ridotta a pattumiera tossica, lasciando sul suo passaggio morti e crimini impuniti, a partire dalla morte drammatica di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Questi fatti si trascinano da anni, è tempo che venga fatta piena luce.”

Lo dichiarano i senatori del Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta, che sulla vicenda hanno presentato un’interrogazione parlamentare ai Ministri degli Esteri, dell’Ambiente e dell’Interno.

“Si sta parlando di decenni trascorsi ad avvelenare i mari con il traffico di rifiuti tossici e radioattivi, uno scempio ambientale che ruota attorno a personaggi noti alle cronache: come ad esempio Giancarlo Marocchino, la persona che ha costruito nella seconda metà  degli anni Novanta il porto di Eel Ma’aan in Somalia dove sono stati interrati decine e decine di container che, secondo alcune testimonianze, sarebbero pieni di rifiuti tossici e radioattivi. Questa stessa persona ricordano i senatori del Pd– fu indicata da Marcello Fulvi, dirigente della Digos romana, in un’informativa quale mandante dell’omicidio di Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin .L’affare internazionale dei rifiuti tossici occultati in Africa si interseca alle vicende di casa nostra, con l’affondamento di navi cariche di rifiuti radioattivi e pericolosi che periodicamente scompaiono al largo delle coste italiane, e che l’Ammiraglio Bruno Branciforte ha riferito al Copasir essere, parlando di relitti sospetti, il numero impressionante di 55″.

“Per far luce su questa inquietante vicenda sarebbe utile cominciare a chiarire uno degli ultimi affondamenti sospetti, quello della ‘Cunski’, al largo di Cetraro, per il quale il governo italiano ha utilizzato, come nave per le ricerche sottomarine la Mare Oceano di proprietà  della famiglia di Diego Attanasio, il quale sarebbe coinvolto nel caso ‘Mills-Berlusconi’.

E’ infatti ancora ignota concludono i senatori democratici – la motivazione per cui non siano stati utilizzati mezzi e personale altamente qualificati messi a disposizione della Marina britannica, con un prezzo inferiore rispetto a quello proposto dai proprietari di Mare Oceano”.

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