Articoli usciti sul quotidiano “Europa”

LETTERA AL FONDATORE DI UN PARTITO MAI NATO

Caro Francesco,
il tuo “addio”, che noi consideriamo un grave errore, è una perdita secca per il Pd, o almeno lo è per l’idea di un Pd che non fosse, che non sia semplicemente la somma tra post-comunisti ed eredi della sinistra democristiana (detto per inciso: tradizioni gloriose ma sul cui pedigree riformista si potrebbe discutere a lungo).
Tu hai incarnato meglio di molti altri leader del centrosinistra questa possibilità , l’hai incarnata fino dalla tua biografia. Quello che per alcuni è stato un tuo limite – avere peregrinato in vent’anni dai Radicali, ai Verdi, ai Democratici, alla Margherita, al Pd – per noi è stato il tuo merito principale: tra i primi hai capito che senza un “rimescolo” di vecchie appartenenze e nuove sensibilità , senza uno sforzo profondo d’innovazione culturale, il riformismo italiano non ha futuro. Tra i primi hai capito, per esempio, che i partiti riformisti italiani devono “scoprire” l’ambiente (per la gran parte dei loro gruppi dirigenti, tuttora un tema alieno).
Hai incarnato meglio di molti altri la convinzione che solo un Pd partito nuovo possa radicarsi nei problemi, nelle attese, nelle contraddizioni della società  italiana, e hai ragione da vendere nel denunciare l’arretramento di questa speranza.
Adesso te ne vai, e nel salutarti con dispiacere ci preme dirti qualche nostra riflessione. Te la diciamo intanto da questo giornale, al quale tu come noi siamo particolarmente affezionati, perché, si parva licet, come Bersani non ti ha mai telefonato per chiederti cosa pensavi del Pd – te ne sei lamentato nell’intervista al Corriere della Sera di sabato scorso – così tu non hai mai chiamato noi e tanti altri come noi che hanno condiviso negli ultimi dieci anni tutti i passaggi più importanti del tuo cammino politico, per chiederci che cosa pensavamo delle scelte che andavi maturando.
Vogliamo dirti che le tue critiche severe al Pd “mai nato” sono in parte fondate ma sono anche largamente omissive. Omettono di ricordare che se il Pd rischia di immiserire le sue ambizioni iniziali in una riedizione socialdemocratica fuori tempo e fuori luogo, la responsabilità  è anche ed è molto di quanti – Rutelli e i cosiddetti “coraggiosi” – invece di proporsi come i più decisi, radicali fautori del rinnovamento e dell’innovazione necessari, si sono raccontati o si sono comunque lasciati raccontare come la “destra” del Pd: la destra che reclamava l’alleanza con l’Udc di Casini, o peggio ancora la correntina neo-clericale dei teodem.
Deluso dal Pd, tu te ne vai – così hai spiegato – per contribuire a costruire altrove, sostanzialmente attorno all’Udc, la “nuova offerta politica” che serve all’Italia. L’intenzione è lodevole, solo fatichiamo a capire come sia realizzabile puntando sull’alleanza, magari presto sulla fusione, con un partito che nuovissimo, nei riferimenti culturali come nello stile politico, non sembra. Un partito che considera inopportuno sanzionare con norme specifiche le violenze a sfondo omofobico. Che ignora completamente le tematiche ambientali, oggi centrali nel profilo e nella proposta delle forze riformiste in tutto il mondo. Un partito che soffre più ancora del Pd (che pure ne soffre abbastanza) di quella che per qualcuno (anche per noi) è un’evidente “questione morale” e che in ogni caso è una modalità  di azione politica largamente fondata sul clientelismo e su un rapporto non trasparente con gli interessi economici (un nome per tutti: Cuffaro). No, non ci riesce di capire come la “nuova offerta politica” che tu invochi possa costruirsi sulle fondamenta dell’Udc: a meno che tu non creda che debba basarsi sul “cuffarismo” (ma potremmo prendere a prototipo anche molti dirigenti locali e nazionali del Pd) la risposta di centrosinistra al radicamento della Lega,
Tu Francesco te ne vai, noi restiamo. Restiamo, certo, con la preoccupazione che il Pd possa allontanarsi dalle premesse e dalle promesse del 2007. Ma restiamo convinti (ancora) che il Pd sia l’occasione per dare vita in Italia a un riformismo capace di vincere e capace di cambiare in meglio il nostro Paese. Convinti che senza qualche “coraggioso” che non molli, questa scommessa è persa.

ROBERTO DELLA SETA
FRANCESCO FERRANTE

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Orwell in tv

La vicenda che riguarda il giudice Mesiano e il suo “pedinamento” mostrato in tv da Canale 5 è vergognosa se la si guarda dal punto di vista della deontologia professionale che dovrebbe indicare i comportamenti a un qualsiasi giornalista, scandalosa se si pensa a tutte le chiacchiere spesso inutili che si fanno sul “diritto alla privacy”, spaventosa – letteralmente, perchè mette paura – per l’uso orwelliano che il potere fa della televisione. Ma il punto che vorrei sollevare è che persino questa vicenda assurda rischia di non scatenare l’indignazione generale e generalizzata che meriterebbe e che susciterebbe ovunque, se non in questo cloroformizzato Paese.
Il rischio insomma, che dintinguo, minimizzazioni, ironie persino, annacquino questo scandalo e lo riducano a uno dei tanti episodi da ascrivere alla “guerra per bande” che si starebbe consumando tra un gruppo editoriale e il presidente del consiglio.
 Come se, ammesso che si possa ridurre il tutto a questa semplificazione, fosse legittimo per quest’ultimo usare qualsiasi strumento e le sue tv in qualsiasi maniera gli convenga.
Abbiamo assistito in questi ultimi giorni a un lungo botta e risposta tra de Bortoli e Scalfari che verteva in ultima analisi sul mestiere della libera stampa. Un dibattito che troverà  forse alcune risposte da come il Corriere della Sera giudicherà  questo sconvolgente episodio e se lo riterrà  meritevole di attenzione e di opinioni nette e, per una volta almeno, non “terze”.

Noi, il partito democratico, dobbiamo invece comprenderne bene la carica distruttiva delle regole di base della democrazia e reagire con la forza necessaria.

Francesco Ferrante

Clima, ultima chiamata

Articolo pubblicato sul numero di ottobre de “La nuova Ecologia”
 

Nella conferenza di Copenhagen, il prossimo dicembre, è in gioco il futuro del Pianeta. Serve un nuovo accordo sulle emissioni. Ma anche l’impegno di tutti gli attori per costruire un mondo più giusto. Malgrado l’Italia

 

di Francesco Ferrante *

 

Era il 1990 quando Legambiente lanciò la petizione: “Fermiamo la febbre del Pianeta”. Raccogliemmo centinaia di migliaia di firme, mobilitando l’associazione in uno sforzo straordinario. Era un impegno condiviso con l’ambientalismo di tutto il mondo ma condotto “contro” le opinioni dominanti dell’economia, della politica, dei media. Già  due anni dopo però, nella prima conferenza Onu sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro, e con la sottoscrizione in quell’occasione delle convenzioni su clima e biodiversità , iniziarono a farsi strada nel discorso pubblico internazionale nuove priorità , e la necessità  di trovare sedi multilaterali dove governare fenomeni globali come quello legato ai cambiamenti climatici. Da lì nasce il protocollo di Kyoto (1997) e in quegli anni le questioni ambientali avrebbero potuto fare da apripista a un modo più saggio, equo e giusto di governare il mondo. Una modalità  che non si è mai affermata e a cui l’11 settembre e la politica unilaterale di Bush hanno fatto subire in questo primo scorcio di millennio tragici passi indietro.

Yes, we can

Oggi, quasi vent’anni dopo, ci troviamo in un momento che può essere decisivo per il futuro del Pianeta e di come gli umani decideranno di viverci e governarlo. Non sembri eccessivo: è questo che è in gioco a Copenhagen a dicembre. Non solo la ricerca di un accordo sulle limitazioni delle emissioni ma la scommessa, “obamiana”, di trovare e rilanciare su scala globale un modo pacifico di risolvere i conflitti, di distribuire le ricchezze per assicurare benessere a fasce sempre più ampie della popolazione mondiale. Insomma, un  nuovo inizio per una globalizzazione “buona”, in opposizione a quella ultraliberista che ha dominato lo scenario politico-economico in questi anni. Sono nuovamente le questioni ambientali, la lotta alla febbre del pianeta che possono giocare un ruolo decisivo in questa sfida epocale. E allora sono questi gli occhiali che dovremmo usare per giudicare i risultati di Copenhagen. Non solo i due tradizionali metri degli ambientalisti: il numero finale di riduzione percentuale di gas serra su cui si troverà  l’accordo e la cogenza degli impegni che in quella sede i vari attori (Usa, Ue, paesi emergenti e in via di sviluppo) si assumeranno. Ma sarà  ancora più importante l’approccio globale: se l’Unione Europea manterrà  il ruolo di spinta che ha avuto in questi anni, se Cina, India e Brasile otterranno i trasferimenti di tecnologia necessari per ottenere l’aumento di benessere delle proprie popolazioni senza seguire le strade, non più sostenibili, che abbiamo seguito noi, se gli Usa manterranno la promessa di essere in prima linea nel dare l’esempio di un nuovo stile di vita. Dovremo capire se a Copenhagen, oltre a disegnare un futuro in cui l’umanità  uscirà  dall’era del fossile per cavalcare le nuove frontiere delle rinnovabili, si sarà  messa una prima pietra nella costruzione di un mondo più “giusto”.

Governo senza limiti

Viene un po’ di malinconia se confrontiamo questa grande sfida cui è chiamato il mondo con chi rappresenterà  noi italiani in quella sede. Questo nostro governo, e la maggioranza che lo sostiene, rimasto solo, come quei giapponesi che continuavano a combattere anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, a negare i cambiamenti climatici (vedi la demente mozione approvata dal nostro Senato proprio alla vigilia del G8 Ambiente di Siracusa), a combattere le energie rinnovabili (vedi l’altrettanto demente mozione approvata sempre al Senato prima dell’estate) e a provare a rilanciare il vecchio, insicuro e costoso nucleare. Il Berlusconi del 2001 aveva puntato tutto sul fatto che Kyoto non sarebbe entrato in vigore, e ha perso. Il Berlusconi del 2008 ha giocato le sue carte contro la Ue e il suo pacchetto clima, e ha perso di nuovo. Ma non si rassegnano: durante quest’estate hanno “scoperto” che non centrare gli obiettivi di Kyoto ci costerà  dai 550 agli 800 milioni annui e hanno scaricato ogni responsabilità  sul governo precedente: hanno detto, i nostri ineffabili governanti e il Sole 24 Ore, che la “colpa” era nell’aver accettato dall’Ue limiti troppo restrittivi. La verità  è un’altra: quei limiti erano sin troppo generosi se paragonati agli sforzi richiesti ad altri paesi, ma inaccettabili per il nostro sistema di produzione termoelettrica che voleva in maniera miope continuare a puntare sul carbone. Il problema è tutto qui: non c’entra niente il sistema manifatturiero da proteggere (che sta dentro gli obiettivi), il nostro deficit è tutto nel termoelettrico e non poteva essere altrimenti vista la folle politica “carbonifera”.

Cambiare rotta

Le dodici centrali a carbone attive in Italia producono il 14% del totale dell’energia elettrica ma emettono il 30% dell’anidride carbonica dovuta alla produzione complessiva di elettricità . Sono queste le prime responsabili dello sforamento dei limiti europei: nel 2008 le centrali a carbone avevano già  sforato di 7,5 milioni di tonnellate di CO2 i limiti. Allora che si fa? Si converte a carbone la centrale di Civitavecchia, incrementando di 10 milioni di tonnellate annue le emissioni e non contenti di ciò, nel corso del 2008, sono state autorizzate conversioni a carbone a Fiumesanto (Sassari), Vado Ligure (Savona) e quella della megacentrale di Porto Tolle, che se realizzate emetterebbero in atmosfera ulteriori 38,8 milioni di tonnellate di CO2. E il vero capolavoro, se è consentita l’ironia, è che vorrebbero scaricare i costi dello sforamento sulle tasche dei cittadini, non facendo pagare alcun prezzo a chi – le aziende elettriche – sul carbone macina profitti. Contraddicendo così in maniera clamorosa il senso stesso delle norme internazionali che cercano appunto di correggere il mercato tenendo conto dei “costi ambientali”. Bisogna che questo paese cambi rotta immediatamente, noi non ci stancheremo di reclamarlo e di batterci perché anche l’Italia e gli italiani partecipino alla “rivoluzione” che ci attende nei prossimi anni e che speriamo a  Copenhagen muova passi concreti.

 

* segreteria nazionale Legambiente

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