Articoli usciti sul quotidiano “Europa”

Il nucleare non conviene

Il nucleare non conviene. Con buona pace di chi si affanna – Governo Berlusconi ed Enel innanzi a tutti – a cercare di dimostrare il contrario. Anche Umberto Minopoli su queste pagine, usava alcuni dati (per la verità  senza citarne la fonte) per cercare di spiegare al Pd che sbaglierebbe nell’opporsi al ritorno del  nucleare nel nostro Paese.

Facciamo pure finta che non esistano i problemi di sicurezza o quelli relativi allo smaltimento delle scorie tuttora irrisolti dalla tecnologia nucleare che abbiamo a disposizione e prendiamo sul serio la necessità  non più eludibile di affrontare l’alto costo dell’energia che nel nostro Paese sostengono cittadini e imprese. La domanda è: il nucleare contribuirebbe a ridurre la bolletta elettrica? E’ più conveniente produrre energia elettrica con il nucleare piuttosto che con i fossili o ricorrendo alle energie rinnovabili? Per rispondere ci torna molto utile lo studio comparato che ha reso noto di recente la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile presieduta da Edo Ronchi.

I dati principali: l’Ufficio del Budget del Congresso Usa stima che per il nucleare il costo sia 73 $/MWh, per il gas solo 58,   e per il carbone 56; per la House of the Lords britannica il nucleare 90 $/MWh, il 10% in più di gas e carbone; per il Massachussets Institute of Technology 84 $/MWh nucleare, contro i circa 60 di gas e carbone. Come tutte le previsioni le cifre non sono coincidenti ma tutte concordi nel ritenere il nucleare più costoso. Persino la stessa Agenzia per l’energia nucleare dell’Ocse è costretta ad ammettere che, se si considera il costo del capitale investito nelle nuove centrali nucleari al 10% (la stima più credibile),  il costo per MWh del nucleare sarebbe maggiore delle stime che la stessa Agenzia prevede per il gas e il carbone, come dire che neanche l’oste riesce a sostenere sino in fondo che il suo vino è quello buono.

Non sembra proprio quindi, che il nostro Paese abbia alcuna convenienza a rottamare i cicli combinati a gas realizzati negli ultimi decenni per sostituirli con una tecnologia più costosa, conveniente solo per i costruttori (francesi) e, magari, per lo stuolo di consulenti (nella comunicazione e propaganda, nei servizi finanziari, ecc.) che già  oggi inizia ad  abbeverarsi alla fonte del nucleare.

Ma c’è di più. Secondo il Department of Energy del Governo Usa, nel suo recentissimo Annual Energy Outlook, considerando costi di capitale, management, combustione e trasmissione, il MWh da nucleare costerebbe nel 2020, 111,5 dollari (al solito più del gas  e del carbone) ma anche circa il 15% in più dell’eolico (96,1 $/MWh)! Infine anche per Moody’s, e sappiamo quanto siano importanti le valutazioni di un’agenzia di rating in un settore che richiede finanziamenti iniziali così ingenti, contro i 150 $ del MWh nucleare, vincono il gas (120), il carbone (112) e l’eolico (125).

Se il lettore è sopravvissuto alla serie di numeri non si potrà  non condividere la dichiarazione iniziale sulla non convenienza del nucleare. E ci si potrà  dare ragione del fatto che nei paesi in cui vige il libero mercato (con l’ovvia eccezione francese, e dello sventurato impianto in costruzione in Finlandia) non si costruiscono più nuovi impianti nucleari da trent’anni.

Infine Minopoli parla di occupazione, e prendendo per buoni i suoi dati (9000 occupati nella fase di costruzione di una centrale e 1300 a regime) non si capisce proprio come il rilancio possa contribuire in maniera significativa alla nascita di nuovi posti di lavoro. Non solo se si pensa ai 350mila impegnati in Germania nel settore delle rinnovabili, ma anche ai 50mila all’anno che hanno lavorato nel nostro paese grazie a quella semplice misura della detrazione fiscale del 55% per le ristrutturazioni edilizie che prevedono interventi di efficienza energetica e che peraltro il Governo Berlusconi si ostina a non volere prorogare.
Anche per tutto questo il nucleare non serve all’Italia e bene fa il Pd ad opporvisi con nettezza.

 

Francesco Ferrante
Responsabile politiche cambiamenti climatici ed energia PD

Made in Italy, a lezione dalla Cina

I cinesi vengono a produrre in Italia elettrodomestici. Forse da qui dovremmo partire, da questa notizia in controtendenza rispetto alla vulgata della globalizzazione che indurrebbe a inevitabili delocalizzazioni e perdita di occupazione, per parlare di lavoro. Per pensare a una politica, ma anche a una precisa identità  del Pd sul tema delicatissimo del lavoro, uscendo dalle polemiche interne di questi ultimi giorni relativamente alla manifestazione della Fiom. Credo che abbia infastidito molto non solo me, ma milioni di nostri elettori, leggere delle “solite” divisioni all’interno del partito su quella manifestazione. Abbiamo ascoltato dichiarazioni davvero incredibili, indice di confusione mentale –  provenienti da ogni “corrente” in maniera davvero e tristemente trasversale: uno che invitava a “stare lontano dalle piazze”, e di grazia, compagno,dove dovrebbe stare un partito che si dice popolare se non tra i cittadini e nelle piazze? l’altro amico che “provava pena per chi sgambettava dietro il sindacato”, come se non fosse un preciso dovere per chi sta nelle istituzioni cercare e mantenere un rapporto stretto con i sindacati dei lavoratori. Ma certamente non basta ribadire con forza, come va fatto, che non passa attraverso la riduzione dei diritti una nuova e più efficace politica per il lavoro. Serve di più. Il sindacato faccia il suo mestiere, auspicabilmente tornando a farlo rapidamente in maniera unitaria, magari facendo i conti con errori del passato e con la coazione a ripetere vecchie ricette non più adeguate. Serve comunque un’elaborazione del partito che, senza mettere in discussione valori di fondo, dia una risposta di prospettiva alla vera domanda in questo periodo di crisi: come si fa a difendere il lavoro che c’è  e creare nuova occupazione?  Allora, forse ci tornano utili i cinesi. Haier è il più grande produttore al mondo di elettrodomestici, nata appena poco più di vent’anni fa, con una crescita impetuosa (60% l’anno nell’ultimo periodo) e grazie al fatto che ha conquistato il 70% del crescente ed enorme mercato cinese è diventato il numero uno al mondo. Ma non gli basta: vuole muovere alla conquista dell’Europa. E, sorpresa, vuole farlo non con prodotti low cost ma puntando sulla qualità  e, guarda un po’, siccome ritiene che qualità , innovazione, design (fondamentale nel settore)  si trovano qui, in questo Paese, acquisisce una fabbrica vicino Padova e lì produce i frigoriferi – ad alta efficienza – per tutta Europa. Nei giorni scorsi Haier ha annunciato un’ulteriore espansione di quel sito produttivo dove lavorano gli italiani, con i loro diritti e le loro capacità , le loro competenze, intelligenze e sensibilità . Possibile che ce lo debbano insegnare i cinesi che la strada da seguire per un paese come il nostro sia quella della qualità ? Quella che premia le caratteristiche che sono le stesse che hanno tenuto in vita quel tessuto di piccole e medie imprese che ci ha permesso, anche nella crisi, di rimanere al disopra della linea di galleggiamento. Non fa onore alla nostra classe dirigente che, nel nostro provincialismo, si debba aspettare che sia un bravo giornalista inglese –  Bill Emmott nel suo “Forza, Italia” – a descriverci quelle tante iniziative imprenditoriali che nell’Italia berlusconiana – nonostante Berlusconi si potrebbe dire – puntando su qualità  e innovazione crescono, prosperano, danno lavoro valorizzando magari anche il territorio e le comunità  locali dove sono insediate. La “soft economy” di Realacci e la green economy è quello che andrebbe premiato, incentivato, sostenuto per costruire una seria politica economica e le occasioni di nuova occupazione. Altro che polemiche interne, è questa la strada da battere, non solo nei documenti da approvare nelle assemblee, ma anche nell’azione politica concreta quotidiana nei territori e nelle istituzioni.

 

FRANCESCO FERRANTE

 

Cinque Terre senza ombre

Franco Bonanini è un galantuomo e presto, prestissimo ci si augura,  l’inchiesta giudiziaria che lo ha portato in carcere si rivelerà  un errore. L’accusa è che avrebbe intascato i soldi europei destinati riparare i danni causati da un’alluvione dello scorso anno. Sembrerebbe una storia ordinaria di questo povero paese: un amministratore pubblico che si arricchisce ai danni della comunità  e del territorio che governa. Peccato che ciò non sia affatto credibile. Non lo è per chi conosce personalmente Franco, e altri tra quelli coinvolti nell’inchiesta, ma non lo è neanche per chi sa la storia di quel territorio che, proprio grazie al Parco delle Cinque Terre – di cui Franco è presidente sin dalla sua istituzione – ha vissuto una grande fase di rilancio grazie alla tutela e alla valorizzazione dell’ambiente e di quello straordinario patrimonio paesaggistico e culturale che ha fatto delle Cinque Terre un luogo valevole del riconoscimento dell’Unesco. E’ chiaro, ma lo scrivo a scanso di equivoci, che non è qui in discussione la facoltà  anzi il dovere della  magistratura di vigilare, indagare e intervenire, se il caso, su qualsiasi atto e su chiunque, ma non si riesce proprio ad immaginare quali siano i motivi che abbiano addirittura indotto a disporre l’arresto di Bonanini e sono convinto che sarà  il prosieguo stesso della vicenda giudiziaria a chiarire tutto. Certo qualche perplessità  in più nasce se risultasse vero che nelle carte processuali viene definito ”feudatario” il modo in cui veniva esercitato il potere nel Parco. Che vuol dire? E’ compito della magistratura dare un giudizio del genere? Il Parco è stato amministrato in maniera esemplare e con altissimi livelli di partecipazione dei cittadini e di tutte le comunità  coinvolte. Altro che feudi! Quel modello di gestione è apprezzato anche all’estero e gravissimo sarebbe se una lettura superficiale di questa vicenda inducesse qualcuno a gettare fango su quel Parco.

La riflessione amara, per me inevitabile, è pensare Franco in carcere in un Paese dove quotidianamente si fa strame della legalità  e i protagonisti di questo scempio continuano tranquillamente a fare danni da amministratori o addirittura sono “colleghi” parlamentari. E’ grave questa vicenda perché fa apparire tutti uguali, i galantuomini e i disonesti. Leggere le cronache, successive all’arresto, su autorevoli siti internet (repubblica.it per tutti) in cui la descrizione di Bonanini era la stessa di quella riservata ai protagonisti della P3 fa cadere le braccia e temo che per molti possa indurre alla sola reazione possibile: rassegnazione al supposto “son tutti uguali”. Non è così. Il tragico assassinio di Angelo Vassallo, ci ha raccontato che esistono amministratori onesti e coraggiosi che si battono per la propria gente, che difendono a rischio della vita – in questo disgraziato Paese – il territorio che amano e rispettano. Ce ne sono altri di questi “eroi”, da lì la politica, quella buona, dovrebbe ripartire. Il “radicamento sul territorio” di cui tanto si parla così deve essere inteso. Questa incresciosa vicenda non deve interrompere una storia importante e positiva come quella in corso alla Cinque Terre. Su questo dobbiamo continuare ad impegnarci.

 

FRANCESCO FERRANTE

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