A Lampedusa abbiamo passato due giorni. Abbiamo toccato con mano il dramma dei migranti, costretti a dormire ammassati in centri di accoglienza strapieni. Abbiamo visto la giusta esasperazione dei lampedusani, esacerbati per una situazione ormai fuori controllo che finisce per incenerire ogni anelito d’ospitalità . Ma abbiamo visto soprattutto lo sbarco di un uomo che neanche di fronte a una tragedia immane come questa rinuncia a vendere sogni: Silvio Berlusconi. O meglio: Silvio La Qualunque.
Europa green, la nostra mission
Uno spettro si aggira per l’Europa: l’emotività dei cittadini. Ultime vittime un quarto degli elettori della Regione più ricca del continente – il Baden Wà¼rttemberg, 10 milioni di abitanti e un Pil pro-capite superiore a 30 mila euro – che in preda al panico irrazionale suscitato dalla tragedia di Fukushima, e inconsapevoli delle conseguenze della loro scelta istintiva e infantile, hanno votato per i Verdi facendo in modo che un ecologista diventi Governatore alla testa di una coalizione non più rosso-verde ma verde-rossa, che per la prima volta dal dopoguerra ha mandato la Cdu all’opposizione.
Vogliamo credere a questa favola, che in molti cercheranno di propalare sui media nostrani? O non è meglio, invece, provare a cogliere nel risultato di queste ultime elezioni tedesche – con il trionfo dei Grà¼nen sia nel Baden che in Renania – l’ennesimo segnale di qualcosa di molto più profondo e interessante che sta accadendo in buona parte d’Europa? A noi pare chiaro che tanto l’ascesa dei Verdi tedeschi (che nei sondaggi avevano sorpassato la Spd a livello nazionale già ben prima di Fukushima), quanto i successi ripetuti di altre forze ecologiste, come Europe Ecologie in Francia, e persino la marcata impronta “green” scelta da partiti tradizionali come i laburisti o i liberali inglesi, dicono che qui, in un discorso politico che metta l’ambiente al centro del riformismo, è oggi una delle risposte più promettenti ed efficaci alla domanda sempre più diffusa e profonda di una radicale rinnovamento della politica.
Le forze di centrodestra al governo nei Paesi più grandi d’Europa sono in difficoltà e il loro consenso precipita, ma la vecchia sinistra fatica ad approfittarne: sia perché sono troppo recenti suoi analoghi fallimenti quando era al governo (e non a caso il malcontento colpisce la Merkel, Cameron, Sarkozy, ma certo non risparmia Zapatero), sia perché gli strumenti di analisi che utilizza sono del tutto insufficienti e largamente obsoleti. Così i socialisti francesi restano fermi al palo, i socialdemocratici tedeschi franano come la Cdu (hanno perso ben 10 punti percentuali nella loro roccaforte renana, dove non perderanno la leadership solo grazie allo spettacolare successo dei Verdi che ne hanno eroso un bel pezzo di elettorato), mentre i laburisti inglesi dopo la sconfitta di Brown hanno imboccato una via di radicale rinnovamento, anche generazionale, nella quale il forte accento sulle questioni ambientali gioca un ruolo fondamentale. D’altra parte, sembra difficile che la sinistra europea possa ritrovare vigore affidandosi a proposte estremiste o comunque antagoniste, come testimonia il risultato più che deludente ottenuto dalla Linke nei due länder occidentali dove si è votato domenica.
In questo scenario complicato ed incerto, il Partito democratico poteva, può essere un’idea utile per i riformisti e i progressisti, non solo in Italia. Siamo nati, basta rileggere tante dichiarazioni di allora, per essere non la fusione e neanche una mera evoluzione dei partiti e delle culture di sinistra del secolo scorso, ma per essere una forza politica davvero nuova, capace di leggere la realtà con occhi contemporanei. Capace, per esempio, di capire che proprio l’ambiente ha un posto importante in ciò che oggi i cittadini chiedono alla politica e in ciò che anche molte imprese si aspettano da chi governa. Questa ambizione si è progressivamente annacquata e con essa ha perso forza la stessa nostra capacità di ottenere un consenso largo, maggioritario. Una prova che l’ambiente, più di tanti ammiccamenti a Casini o al Terzo Polo, ci aiuterebbe ad avvicinare, magari a convincere, tanti elettori cosiddetti “moderati”, è arrivata nelle scorse settimane, sul tema delle energie rinnovabili. Di fronte al tentativo del centrodestra di frenarne lo sviluppo, per ragioni sia d’interesse (far apparire obbligata la scelta nucleare) che di arretratezza culturale, centinaia di imprenditori accorrono alle numerosissime iniziative che il Pd, spinto dagli Ecodem, sta organizzando in tutta Italia (specialmente al nord): sono persone e sono interessi che generalmente si sentono legati al centrodestra e alla Lega, e che ora guardano a noi come agli “affidatari” politici delle loro più che legittime attese. Vogliamo provare a non deluderli? Vogliamo impegnarci sul serio per fare del Pd “il partito ecologista più grande d’Europa”, come recita un ambizioso slogan Ecodem? A questa scelta noi non vediamo alternative, o meglio ne vediamo solo una: prendere atto che il Pd a questo obiettivo ha rinunciato e costruire anche in Italia una forza seria e credibile che abbia l’ambiente come sua “mission” centrale.
Roberto Della Seta
Francesco Ferrante
E’ stato giusto intervenire
L’ordine non regna a Bengasi. Prendendo in prestito l’espressione usata centottanta anni fa da un ministro degli esteri francesi per informare il suo Parlamento che i russi si erano impadroniti di Varsavia, frase divenuta simbolo della ragione di stato che prevale su ogni considerazione etica e umanitaria, si può dire che questo – impedire a Gheddafi di riprendersi Bengasi, arginare la violenza indiscriminata contro le città liberate dagli insorti – fosse l’obiettivo della Risoluzione votata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che questo obiettivo sia stato per ora raggiunto.
Al netto delle polemiche più o meno strumentali, e al netto anche dei calcoli ad uso di politica interna che hanno mosso le scelte dei principali sponsor di un’azione di “ingerenza umanitaria” nella crisi libica, ciò rende l’intervento della comunità internazionale in Libia pienamente legittimo e anzi, noi crediamo, giusto e dovuto. Nessun paragone è possibile con altri eventi recenti del dopo-11 settembre: non con l’Afghanistan, dove condivisibile o no la scelta dell’invasione nacque dall’obiettivo squisitamente politico di abbattere il regime talebano; ancora meno con l’Iraq, dove l’azione militare per eliminare Saddam Hussein rispondeva all’ideologia della “guerra preventiva” e dell’esportazione della democrazia. Semmai l’intervento in Libia si può confrontare con le iniziative politico-militari della comunità iternazionale per fermare la guerra nella ex-Jugoslavia: tardive e sostanzialmente inefficaci in una prima fase – gli anni della guerra in Bosnia quando anche grandi coscienze pacifiste come Alex Langer invocarono disperatamente la discesa in campo dell’Occidente -, più tempestive nel caso del Kosovo dove però, è bene ricordarlo, l’intervento in difesa della popolazione albanese martoriata da Milosevic avvenne senza mandato delle Nazioni Unite e secondo modalità , le bombe su Belgrado, assai poco umanitarie.
E’ stato giusto intervenire in Libia, e in questo caso più che in molti altri l’azione militare ha di fatto lasciato fra parentesi gli egoismi nazionali e la stessa ragion di stato. Lo dimostrano i distinguo a casa nostra della Lega, per la quale migliaia di libici ammazzati contano meno che fermare l’arrivo in Italia di qualche centinaio di migranti in fuga dalla guerra, e lo dimostrano i “mal di pancia” di tanti, a destra, che dopo aver inneggiato per anni alle guerre di Bush adesso eccepiscono, come Ostellino sul Corriere di ieri, “sul diritto di intervento nei confronti di un Paese membro delle Nazioni Unite in preda a una rivolta interna”.
Naturalmente è vero, come molti ripetono in questi giorni, che Gheddafi non è l’unico tiranno al potere nel mondo, e che l’Europa e l’Occidente, come per anni hanno onorato lui ben conoscendone i delitti, così continuano ad onorare un’infinità di suoi omologhi. Ma questa non è una buona ragione per opporsi oggi all’intervento in Libia. Per noi, da pacifisti convinti che non c’è pace senza giustizia, un mondo dove la sovranità nazionale trova finalmente, seppure in un caso su molti, un limite invalicabile nella violazione sistematica dei più elementari diritti umani, è un mondo decisamente migliore.
ROBERTO DELLA SETA
FRANCESCO FERRANTE