Articoli usciti sul quotidiano “Europa”

“GREEN ITALY”. IL PAESE CHE VA

Scrivendo sull’Italia come fa spesso e bene, l’ex-direttore dell’Economist Bill Emmott ha detto di recente che il nostro Paese gli fa venire in mente il Titanic: è forte, pieno di gente ricca, ben costruito, ma il suo autocompiacimento rischia di sbatterlo contro un iceberg. Scongiuri a parte la similitudine ha un suo fondamento, e forse un primo passo per scampare al naufragio e ricominciare una buona navigazione è convincerci un po’ di più delle nostre possibilità , del tanto di buono e di promettente che gli italiani riescono ancora, e malgrado tutto, a combinare. 

Di questo compito Ermete Realacci – da Legambiente alla fondazione Symbola all’impegno in politica – ha fatto da tempo una sua missione, che ora trova compimento in un nuovo libro dal titolo e dal sottotitolo già  eloquenti: “Green Italy. Perché ce la possiamo fare” (Chiarelettere, 336 pagine, 15 euro). 

L’Italia green raccontata da Realacci è fatta di protagonisti tra loro diversi. Innanzitutto imprese: campioni piccoli e grandi di quella manifattura  “made in Italy” che miscelando qualità  ambientale, innovazione, un solido legame con la propria “constituency” territoriale, ha costruito successo economico e forza competitiva. E poi originali esperienze civili che si collocano al confine tra nuova economia e impegno sociale: dalla Fondazione Banco Alimentare, che raccoglie nei suoi magazzini migliaia di tonnellate di derrate invendute e ci sfama oltre un milione di persone; a Terra Madre , la rete delle “comunità  del cibo” inventata da Carlin Petrini che ogni due anni in occasione del salone del Gusto riunisce a Torino migliaia di contadini, allevatori, pescatori dei cinque continenti nel nome dell’idea che l’agricoltura è il principale anello per tenere uniti locale e globale, socialità  e benessere; fino ad AzzeroCO2, società  di consulenza energetica promossa da Legambiente che offre a imprese,  famiglie, amministrazioni strumenti e servizi per rendere più efficienti e più “puliti” i loro consumi di energia. 

Un unico filo percorre l’intero viaggio di Realacci attraverso le eccellenze della green Italy: è la convinzione che qui, nell’economia che si fa ambiente e si fa società , sia una delle risposte più convincenti ai problemi epocali posti dalle crisi drammatiche di questi anni – la crisi ecologica, la crisi profondissima del capitalismo finanziario, la crisi dell’Occidente non più “dominus” come un tempo -, e che qui sia la strada maestra  che può consentire all’Italia di conservare un posto importante nel mondo globale di oggi e di domani, di presidiare e consolidare un proprio spazio competitivo dove la concorrenza si giochi non sui parametri della quantità  o del basso costo del lavoro, che ci vedono inevitabilmente soccombenti davanti alle grandi economie emergenti, ma della qualità  tecnologica, ambientale, sociale.  Scrive su questo Realacci: “Il sistema economico costruito sui pilastri del liberismo senza freni e della finanza speculativa ha pericolosamente fallito. Serve un nuovo paradigma produttivo”. Serve, secondo Realacci, “perché vivere meglio non vuol dire, e sempre meno vorrà  dire, avere più cose: avremo, invece, cose migliori, prodotti più intelligenti e più belli, ai quali saremo più legati, che non distruggeranno l’ambiente, daranno più soddisfazioni a noi e più senso alla nostra vita”. Qualità  ambientale, bellezza, sobrietà , dunque, come ingredienti base di un cammino che ci faccia uscire sia dalla crisi che dagli errori, vecchi di decenni, che l’hanno generata. 

Dentro questo orizzonte l’Italia può essere protagonista, anzi già  lo è. Perché siamo la seconda manifattura d’Europa e molto meno di altri abbiamo ceduto alle sirene dell’economia finanziaria; perché quanto a economia della bellezza e della creatività  vantiamo tradizioni e risorse ineguagliabili; e infine perché migliaia di imprese italiane la scelta green l’hanno già  fatta ricavandone risultati lusinghieri: come si legge nell’ultimo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, un’impresa su quattro negli ultimi quattro anni ha investito in prodotti e tecnologie legati all’ambiente, mentre una su tre di quelle che scommettono sul verde lavora con i mercati esteri (tra il totale delle imprese il tasso di internazionalizzazione è la metà ) e verdi sono il 38% dei nuovi posti di lavoro creati  nel 2011 tra industria e servizi (227 mila su circa 600 mila). A questo folto gruppo di imprese che fanno i conti con la crisi cercando non solo di resisterle ma di “cavalcarla”, appartengono tutte le storie di successo scelte da Realacci per il suo libro: come la storia di Novamont,  che sotto la guida di Catia Bastioli è divenuta  multinazionale leader nella plastica vegetale; o di Valcucine, azienda friulana che produce cucine interamente riciclabili e prive di additivi inquinanti come la formaldeide; o ancora di Edilana, che nel cuore della Sardegna fabbrica pannelli isolanti per l’edilizia che invece di utlizzare petrolio o polistirolo impiegano lana di pecore, rigorosamente sarde. 

Così, “Green Italy” restituisce un’immagine dell’Italia “che va” libera da vecchi schemi e categorie preconcette: un’Italia  non più spezzata a metà  dalla tradizionale antitesi Nord/Sud ma dove invece, tra alti e bassi ovviamente, la “green economy” – dall’energia all’agricoltura, dai nuovi materiali ai  trasporti, dall’edilizia al turismo – emerge come una solida vocazione dell’intero Paese; e un’Italia  nella quale lo stesso concetto di “made in Italy” si allarga sensibilmente dai territori classici della moda e del design per ricomprendere ambiti molto più vasti fatti di un “brand-Italia” che miscela con sapienza innovazione, legame coi territori, “saper fare” radicato nella nostra straordinaria tradizione artigianale. La descrizione di questa realtà  dinamica e promettente acquista, nel discorso di Realacci, il senso di una sferzata di ottimismo più forte di tutte le analisi, pur fondate, sul declino italiano: in essa c’è la promessa di un Paese che nella messa in valore del mosaico di economie territoriali che tuttora lo contraddistingue  può trovare non solo la via d’uscita dalla crisi, ma una sua rinnovata e modernissima ragione sociale.  

Ma dov’è la politica nel libro di Realacci? E’ sullo sfondo, perché l’Italia raccontata da “Green Italy” non è, per usare una metafora cara a Giuseppe De Rita, quella del “secondo popolo”, delle élite, ma è l’Italia del “primo popolo che sfanga la vita negli affanni quotidiani”. Solo che senza il concorso delle élite, della “metaeconomia” che da esse dipende, senza uno scatto d’orgoglio e di responsabilità  delle classi dirigenti – che sono la politica ma sono pure le grandi rappresentanze sociali – questo “affanno” non riesce a fare sistema. Come ricorda Ivan Lo Bello nella prefazione a “Green Italy”, la vitalità  e l’intelligenza dell’Italia green hanno bisogno, per segnare la via di una possibile rinascita italiana, di un “secondo popolo” che faccia di più e meglio il suo mestiere: sostenendo l’economia della qualità  e dell’innovazione invece che quella dei sussidi e dei monopoli, ritrovando la via  dell’etica pubblica, colpendo al cuore le piaghe dell’illegalità  e di una crescente, insopportabile e antieconomica, distanza tra ricchi e poveri. Questa è una sfida in particolare per il Pd e per il centrosinistra, chiamati dalla loro ambizione progressista a dare voce e risposte alla voglia di cambiamento, alla sofferta e ogni tanto disperata domanda di futuro che sale nel Paese, sale da grandi e indifferenziati movimenti d’opinione (cos’altro è l’antipolitica se non una domanda selvaggia e disperata di una politica diversa?) e sale da settori importanti e promettenti dell’economia, del mondo degli interessi. E questa è una sfida anche per il “montismo”, che deve ancora mostrare e forse decidere qual è la sua missione: se quella di un establishment conservatore, nel senso migliore dell’aggettivo, che vola basso ma sicuro rimettendo a posto i conti senza troppe ambizioni riformiste, o invece la prefigurazione di un’inedita alleanza sociale  per un vero, profondo cambiamento che aiuti l’Italia a fare come sa è meglio che può il suo mestiere. Quel mestiere che alla fine è sempre lo stesso magistralmente sintetizzato un po’ di tempo fa da Carlo Maria Cipolla: fare all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. 

ROBERTO DELLA SETA 

FRANCESCO FERRANTE    

 

L’intuito del Professore

Chi scrive non è mai stato entusiasta dell’ipotesi Roma 2020. Troppe volte abbiamo assistito a “grandi eventi” – dai Mondiali di calcio del 1990 in avanti – sbandierati come straordinarie, miracolistiche occasioni di sviluppo e che poi nella realtà  sono stati tutt’altro: sprechi spaventosi di denaro pubblico, grandi scempi ambientali, potenti volani di corruzione. D’altra parte, è pur vero che la “rinuncia” alla candidatura olimpica di Roma ha un retrogusto amaro: l’idea di un’Italia senza fiducia nel futuro. Ma ciò che qui ci preme sottolineare è il valore politico della scelta di Monti. Una scelta tutta sua. Ha ragione il direttore di “Europa”: una scelta che nessun “politico” avrebbe fatto. Sbagliando, aggiungiamo noi. In questo passaggio, infatti, l’attuale presidente del consiglio ha mostrato un intuito politico che, ahinoi, fa difetto a gran parte dei politici di professione: non tanto perché ha fatto prevalere i dubbi di cui si diceva in apertura, ma perché ha resistito alle pressioni anche mediatiche di tutti i poteri più o meno forti che per giorni lo hanno richiamato all’impopolarità  di una rinuncia e invece, noi crediamo, con la sua scelta ha saputo cogliere al meglio il “sentimento” della maggioranza dei cittadini. Una prova è nei risultati del sondaggio realizzato a caldo da “La Repubblica”: prima del no ufficiale la percentuale dei contrari a Roma olimpica (moltissimi anche romani…) era il 57%, dopo è schizzata all’85%! Autorevolezza del premier e immagine devastata di Alemanno, certo. Ma conferma soprattutto della notevolissima “politicità ” di Monti. Questa è forse la lezione più importante che dobbiamo ricavare dalla vicenda. Magari intrecciandola con gli insegnamenti che ci consegnano le primarie di Genova. Lì si è misurata con ancora più evidenza l’enorme distanza fra classe dirigente, in questo caso la “nostra”, e sensibilità  degli elettori: mentre noi rimanevamo paralizzati tra scelte personalistiche e di fazione, i cittadini e soprattutto i nostri elettori più fedeli, quelli che votano nelle primarie, pensavano a come “cambiare”, cercavano il nuovo. Come a Milano, a Cagliari, a Napoli. Sì il nuovo: spiace per tutti quelli che polemizzano contro il nuovismo, ma di questo si tratta. E della stessa voglia di cambiamento era parente stretta anche la vittoria di Renzi a Firenze. In particolare coloro che si riconoscono nel centrosinistra, questo soprattutto chiedono: cambiare, voltare pagina, andare “oltre”; oltre le vecchie tradizioni, le nomenclature, i gruppuscoli di potere. Con questa ambizione, del resto , era nato il Pd. Non l’abbiamo mai coltivata fino in fondo, molti treni sono passati senza che noi salissimo a bordo. Sarebbe paradossale che a farne motivo di successo politico fosse, prima e meglio di noi, un professore bocconiano. 

Ichino, quell’apologia di Marchionne

àˆ da tempo che nel Pd convivono opinioni diverse, anche radicalmente diverse, sul ruolo e le scelte di Sergio Marchionne. Spesso queste differenze tendono a cristallizzarsi in giudizi sommari e un po’ apodittici – Marchionne campione di riformismo o pericoloso reazionario -, mentre sarebbe utile che alle caricature si sostituisse una discussione vera, di merito, sulle strategie industriali e sindacali dell’amministratore delegato della Fiat.
Pietro Ichino, ad esempio, continua a tessere lodi sperticate della svolta impressa da Marchionne all’organizzazione del pianeta-Fiat, e ieri ha firmato sul Corriere della Sera un’ispirata, entusiastica apologia del nuovo stabilimento di Pomigliano: spazioso, luminoso, colorato, insomma una fabbrica “a misura di persona”.
Ora, non dubitiamo che la decrizione fatta da Ichino sia fedele, e del resto era difficile immaginare che una fabbrica ricostruita exnovo nel 2011 in un paese qualsiasi del nord del mondo non presentasse un aspetto più gradevole di quello che hanno stabilimenti vecchi di cinquanta o cento anni. Ma forse il rapporto tra un’azienda e i suoi lavoratori non può ridursi a questo: forse in un quadro di relazioni tra lavoratore e datore di lavoro, tra uomo e macchina che si vuole così moderno, fatica a trovare posto la decisione, su cui lo stesso Ichino esprime dubbi, di escludere dalla nuova fabbrica tutti coloro che hanno in tasca la tessera di un sindacato sgradito.
Ma ciò che a nostro avviso più di tutto manca in questi entusiasmi “marchionniani”, che non spiegano perché mai ci si dovrebbe appassionare a politiche industriali che ignorano del tutto il terreno fondamentale su cui si gioca già  oggi e si giocherà  sempre di più in futuro la competizione tra case automobilistiche: la volontà  e la capacità  di innovare, in particolare di innovare nel campo dell’impatto ambientale.
Tutti i grandi concorrenti della Fiat puntano su questo, proponendo modelli sempre piú ecologici. Dal nostro campione nazionale, invece, solo silenzio. La Fiat sembra disinteressata all’auto a metano (che pure aveva sviluppato tra i primi), ed è del tutto invisibile sull’elettrico e sull’ibrido, su cui francesi, giapponesi e tedeschi si stanno sfidando in una serrata corsa tecnologica.
A noi piacerebbe tanto che Marchionne desse risposta a un paio di domande, ci pare sensate: come può la Fiat recuperare il terreno competitivo perduto, che è tanto anche a prescindere dalla crisi, se continua a investire in innovazione, soprattutto in innovazione ecologica, molto meno dei suoi concorrenti? Se per esempio decide di utilizzare sui Suv e sulle Jeep destinati al mercato europeo motori Chrisler che consumano e inquinano molto di più dei pari gamma Mercedes, Bmw o Nissan?
Sarebbe bello se queste stesse cose gliele chiedessero i suoi tifosi: perché gli interni quasi “lussuosi” della nuova Pomigliano non bastano a sanare il vulnus inferto ai diritti sindacali, e il futuro italiano della Fiat e dei suoi lavoratori dipende da altro. 
Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

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